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Rinaldo Dolfini
La tela fa parte della serie Le primavere di Venere dipinta dall'artista nel 2006, ed è stato esposto dapprima al Palazzo Ducale di Revere (22 aprile-27 maggio 2006), poi alla Fondazione Gianni e Roberto Radice pochi mesi più tardi.
Dolfini ha immaginato un'attualizzazione del mito platonico della bellezza, incarnato dalla pittura di Botticelli, chiedendosi in che luoghi, oggi, sia possibile ritrovarla. Per questa ragione la sua Venere, che ha i lineamenti struggenti della biondissima Ludmilla Radcenko, va in discoteca: luoghi nuovi immersi in un caos ignoto alla nostra idea di Umanesimo; è lei la Venere dell'Amor Sacro, dalla bellezza impalpabile e trasfigurante, che sta sotto i riflettori. Anche altre figure del mito e della religione, però, si accavallano nel suo laicissimo racconto per immagini ed altre donne stanno lì pronte ad incarnare questi modelli: sono donne in carne ed ossa che impersonano l'Angelo annunciante, la Vergine Maria, la Venere dell'Amor Profano. Il Giardino del mistero, che in catalogo chiude questo percorso, trova una bella traduzione verbale nel testo di Giovanni Cerri che accompagna la mostra, in cui, parlando in prima persona in vece dell'artista, scrive: "Il Botticelli era il maestro che mi seduceva per la sua continua tensione verso quel mistero sacro e profano; la sua donna era prima ninfa, poi dea, santa, madonna, ma sempre con le stesse sembianze. Ludmilla, la dea della TV, era diventata la mia Venere dell'amor sacro, irraggiungibile ma reale; la ricerca poi era proseguita con altre "apparizioni". Come Eleonora, profana immagine di una Venere partoriente. O Kitty, allusione a una Venere - Madonna, mito dell'amore puro ed eterno. E poi Elena, ambiguo angelo dell'Annunciazione che prelude a un prossimo bacio di tradimento. E Greta, nuovo volto misterioso che mi aveva catturato; giovane personaggio oltre il tempo che abitava la dimora del lago, spirito che vedevo passeggiare nel giardino fiorito, leggera presenza che camminava tra i raggi di sole, avvolta dalle aureole che la luce disegnava intorno alla sua snella figura. Anche quel bosco con le alte piante l'avevo già incontrato: nelle tavole di Botticelli che illustravano la novella di Nastagio degli Onesti del Boccaccio, e poi -secoli più tardi- nei quadri di Munch, dove i tronchi diventavano ancora più verticali, essenziali, "gotici" e anche lì inquietanti e spettrali donne vagavano, mi guardavano e interrogavano, ponendomi il quesito del loro mistero. Ed anche in quei paesaggi l'acqua dietro al bosco-giardino, lago o mare che fosse, creava uno specchio dove le mie domande andavano a riflettersi, le mie certezze a infrangersi. La donna nelle sue tre età, la natura madre matrigna, l'acqua-specchio, il liquido amniotico dove interrogarsi.la curiosità è il mistero che si rinnova." Su un fondo pesto, di blu e di verdi mischiati col nero, spicca al centro una figura femminile con un vestito da sera rosso fuoco, inscritta in una mandorla di luce irregolare che le fa attorno un'aura gialla. Ha un vestito rosso corto con una fantasia chiara appena accennata, le scarpe aperte col tacco. Sopra di lei, poco discosta, una struttura rettangolare che pare un infisso e brilla di una foglia d'oro increspata. Sulla sinistra, finito il fitto della radura, un'apertura di paesaggio spoglia, memore di certi fiordi di Munch, con una figura poggiata ad un parapetto: è un comprimario della composizione, quasi trasparente, disegnata a solo contorno, questa figura pare scomparire nello sfondo, se non per qualche traccia di colore. L'effetto è come di una fotografia scattata con una lunga esposizione durante la quale il soggetto si è spostato e se ne è andata via o, ancor meglio, di più esposizioni sulla stessa pellicola. "E' realtà che appartiene a tutte le immagini" mi fa notare infatti l'artista, "di perdersi ovunque nell'Universo pur mantenendosi eterne." Dolfini imposta il suo dipinto secondo la paratassi di una costruzione allegorica e non dimentica i modi compositivi dei grandi racconti figurati dell'ultimo Guttuso. È l'accostamento di oggetti a creare mistero per una apparente casualità. Al tempo stesso, però, Dolfini lavora con una maniera larga, espressionista, delineando le forme con una spessa pennellata continua di contorno. Certe volute sgrammaticature, come nel volto e nel corpo della donna, fanno inoltre pensare ad una eco della Pop Art inglese. Luca Pietro Nicoletti
Rinaldo Dolfini
Milanese di nascita, professore associato di Fisica all'Università di Pavia dal 1983. ha iniziato la sua carriera accademica e la sua attività di ricerca nel 1973. Da sempre appassionato d'arte, sin da giovane studia arte, frequentando lo studio dello scultore Gabrielli a Milano dal 1952 al 1956.
Prosegue poi nella produzione artistica senza interruzioni sino al 1968, anno in cui consegue la laurea in Fisica all'Università di Milano. Durante questo periodo ha frequentato, anche se marginalmente, l'ambiente artistico milanese (Fontana, Sassu, Crippa, Quasimodo.), che tutte le estati gravitava in Albisola Marina. Da allora, pur dedicando la maggior parte del suo tempo alla ricerca nella fisica subnucleare, non ha mai interrotto l'attività pittorica, senza esporre fino al 2005 con la mostra personale all'Associazione Culturale Renzo Cortina a Milano e la partecipazione alla mostra "Pop & Stars" sul sito internet www.artedreamguide.com. Torna all'elenco degli artisti
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